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martedì 14 luglio 2009

Multiaffidamento, una trappola o una risorsa?



Da un articolo di Tito Boeri, "Il credito senza cultura", uscito oggi su Repubblica
Bene anche sviluppare istituti come il multiaffidamento che, come messo in luce da Fabiano Schivardi su lavoce.info, potrebbe evitare che le piccole imprese si vedano chiudere i rubinetti del credito contemporaneamente da tutte le banche (mediamente sono 5 per ogni piccola impresa) presso cui prendono a prestito.
Secondo l'opinione corrente, e specialmente oggi con i modelli automatici di scoring andamentale, quando una banca revoca un'impresa multiaffidata è probabile che le altre seguano a ruota (il classico gioco del cerino acceso). Il citato articolo di Schivardi, la vede diversamente (cito)
È anche possibile che un’impresa multiaffidata incontri minori difficoltà a sopperire alla chiusura di una linea di credito ottenendo credito addizionale da una delle banche di cui è già cliente. [...] È possibile che le grandi banche siano più interessate dal multiaffidamento, mente le piccole a vocazione locale tendono di più a essere il prestatore principale di imprese locali. Se è così, è necessario pensare a politiche che contrastino la tendenza. [...] Forme di coordinamento fra le banche creditrici sono quindi possibili e potrebbero evitare il firm run. Potrebbero anche rendere più facile ristrutturare il debito dell’impresa, evitando comportamenti opportunistici da parte di singole banche. Episodi di questo tipo sono numerosi e hanno portato a buoni risultati. Il caso più noto è quello della ristrutturazione del debito Fiat da parte di un pool di banche, che ha permesso all’impresa di rilanciarsi. Estendere su larga scala questo metodo è complicato, perché richiede il coordinamento delle scelte creditizie rispetto a migliaia di imprese.
Un messaggio interessante: banche, trattate il piccolo negoziante o il terzista come la Fiat, si tratta soltanto di trovare modi efficienti di "coordinare le scelte creditizie rispetto a migliaia di imprese". Una visione molto alta del problema: chi dobbiamo chiamare, un bravo esperto di teoria dei contratti?
E ancora Boeri, chiudendo il suo articolo, afferma che cose del genere non si fanno per una mancanza di cultura:
Ci vogliono banche che, invece di fornire credito a prezzi stracciati ai soliti noti, imparino a selezionare i progetti imprenditoriali, sapendo valutare le potenzialità che ci sono in molte piccole imprese.
Non sono argomenti su cui intendo scherzare, accetto una sfida di questo tipo. Ma ci rendiamo conto del lavoro immane che c'è da fare, a livello di cultura (d'accordo), di strumenti giuridici e finanziari, di procedure, di impegno sul caso specifico, per gestire le crisi aziendali in maniera coraggiosa e collaborativa? Occorre sporcarsi le mani, e avere buoni motivi per farlo. Il resto sono discorsi.

Luca

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5 commenti:

Cristiano ha detto...

L'articolo offre uno spunto per un rischio sempre più ricorrente e da considerare nelle valutazioni di merito di credito: il rischio di revoca degli affidamenti da parte di alcune banche (sono quasi sempre le stesse, oramai le conosciamo).
E' inutile rischiare, confidi e banca locale, su un'impresa che è in difficoltà ma ha prospettive future quando poi troppo spesso, la grande banca (con "cervello" a chilometri di distanza) alla prima rata impagata, revoca tutti i fidi, instaurando il circolo vizioso che porta l'azienda in sofferenza (molto spesso non ci sono possibilità di recupero, quindi la revoca è totalmente insensata).
Ora, nella valutazione di merito di credito di un'azienda bisogna considerare questo rischio e vedere gli affidamenti che ogni impresa ha con le varie banche e soprattutto chi sono queste banche.

Sapio ha detto...

Faccio una proposta, c'è qualcosa da abolire: la legge antiusura. Impedisce alle banche di farsi pagare il rischio dei clienti peggiori. Un rapporto tasso max/tasso medio di 1,5 è irrealistico. Occorre ampliarlo.

Luca ha detto...

Cristiano: la maggior parte delle aziende dipende dal credito, se si revocano i fidi vanno ipso facto in default. Alcune aziende però sopravvivono soltanto con dosi crescenti di credito: hanno una generazione di net cash flow negativo per problemi vari (a cominciare dall'essere in perdita, all'aver investito troppo, al prelevare troppo in conto utili futuri che non si materializzano mai, ai ricavi non fatturati). In casi del genere il sostegno dell'azienda da parte del sistema bancario è nel tempo insostenibile. I rimedi efficaci in questi casi sono quelli che vanno al cuore del problema: la ristrutturazione del business, smobilizzando attivi non essenziali e concentrando gli investimenti sui settori sani, la correlata ristrutturazione del debito, l'immissione di capitale fresco in azienda. Se, come purtroppo si verifica spesso, ciò non è possibile, allora di deve prendere in esame una prospettiva liquidatoria, totale o parziale.
Le banche, per essere convinte a concedere una chance all'impresa, dovrebbero valutare se la prosecuzione dell'attività ha delle probabilità di successo consistenti (anche se non il 99,9%), e inoltre se la messa in liquidazione futura produce perdite su crediti (tenendo conto dell'eventuale incremento del credito e della variazione dei valori di recupero di attivi e garanzie) non peggiori rispetto alla messa in liquidazione immediata. Quando si verificano queste due condizioni allora sono d'accordo con lei, non ha senso revocare i fidi.
Ma sono ragionamenti lunghi e complicati, non so quante banche (e aziende) siano disposte a mettersi attorno ad un tavolo per farli.

Paolo Biffis ha detto...

A me sembra che prima di revocare i fidi, le banche ci pensino enne volte per diversi motivi, fra i quali:
1) sarebbe necessario prendere atto, a bilancio, di una posizione in default che erode patrimonio;
2) si preferisce sostituire con ricavi maggiori (top rate) i rischi crescenti;
3) la revoca dei fidi ha effetti immediati in Centrale dei rischi, il che non salvaguarda gli averi della banca che revoca (cioè: meglio un fido vivo ma marcio che un fido, oltre che marcio, anche revocato).
Mi sembra un'altra cosa la questione del multiaffidamento: la parzialità delle informazioni, infatti, è sempre vincente. Don Abbondio docet...

Carlo ha detto...

Sono d'accordo con Luca, sia per quanto riguarda la risposta a Cristiano sia sui commenti all'articolo di Boeri.
E' ovviamente un problema di cultura finanziaria che manca in modo imbarazzante sia alle banche che alle imprese, a mio parere in egual misura.
In merito alla logica del multiaffidamento, per quanto in certi casi questa pratica costituisca l'unico salvagente attivabile dall'impresa, è a mio parere una patologia del sistema bancocentrico italiano. Del resto la possibilità di attivare un tavolo di dialogo banca/impresa e di ridurre il livello di asimmetria informativa confligge con la pratica in questione.
Concordo però sul fatto che sono discorsi un po' (tanto) articolati, che vanno a toccare molti aspetti della struttura produttiva e del sistema del credito del nostro paese.